UNITRE MEDA

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Università delle Tre Età

Ul Batac ovvero la cascina Molinello o Ospitaletto

Ul Batac ovvero la cascina Molinello o Ospitaletto

La cascina del Batac

Ul Batac, toponimo e abitanti

Dopo aver approfondito il tema della roggia Traversi, dei lavatoi, poi quello della cascina del Molino (o Mulino) non potevo non presentare la cascina che fino a poco tempo fa era denominata del Batac collegata con una stradina di campagna al vecchio mulino. Durante il Novecento vi hanno abitato diverse famiglie, tra cui la Mariani, la Sala, la Perego, la Chinello e la Pennati che fu l’ultima ad abbandonare l’edificio. L’imbianchino Sartori aveva adibito alcuni locali per bottega. Era così soprannominata anche l’altra piccola cascina del Batac di via Molino (vi abitavano i Borgonovo – Veran). La carta planimetrica del 1927 evidenzia il tragitto che collega le varie cascine: dalla via Manzoni partiva la via Molino passando per la cascina Dell’Acqua, per il primo Batac e la cascina del Binda, qui scendeva per raggiungere il Mulino poi continuava in piano fino all’altro Batac (quello che interessa il nostro articolo) e terminava nel territorio di Camnago dopo aver incrociato la via Canturina. Le cascine Batac o Bataj erano numerose in Brianza e così denominate poiché vi si batteva il frumento (ul batac – batacchio era lo strumento per percuotere il grano) ma anche perché si allevavano oche. Questi uccelli da cortile erano caratterizzati da uno schiamazzo assordante, soprattutto il maschio (ul Batac). Le oche venivano allevate non solo per la carne prelibata, ma in vista della preparazione della dote. La sua soffice piuma era l’ideale per confezionare materassi, cuscini e trapunte. Solo per necessità venivano vendute al mercato.

Ora prendiamo in esame i documenti di archivio.

Planimetria del 1927 del Comune di Meda, si scorgono le due cascine del Batac: a sinistra (1) del Molino la Ospitaletto-Molinello, a destra (2) quella abitata dai Veran-Borgonovo

Fonti documentarie

Prima fonte

Sommarioni Catasto Lombardo Veneto : Tavola per la descrizione e stima dei fabbricati del Comune di Meda ed Indice alfabetico dei Possessori Comune di Meda, anno 1858 (Archivio di Stato di Milano)

Ai numeri di mappa 843, 844, 845, 846 corrispondono i numeri di ditta 87, 86, 84 che si collegano ai corrispettivi proprietari Motta Vincenzo, Giovanni Battista e Giuseppe fratelli fu Gaetano; Motta Giuseppe, Antonio fu Felice; Motta Antonio fu Giuseppe Antonio. Questi dati indicano un preciso fabbricato detto Ospitaletto, ovvero casa colonica di “classe seconda, in condizioni infime e posizione svantaggiosa”.

Seconda fonte

Comune di Meda, Elenco strade, 12 agosto 1866

Strada detta del Mulinello “Prosegue la strada dei Mulini e termina all’incontro di un accesso privato sulla destra conducente alla stessa cascina del Mulinetto. Strada di importanza minima andamento di un sol rettilineo livellata pressoché orizzontale. Lunghezza 240 metri, Larghezza 2 metri e 60 cm”

La strada, di importanza minima costeggia il lato destro della cascina e prosegue. La cascina, a distanza di appena otto anni, assume un’altra denominazione: Mulinetto.

Terza fonte

Mappa catastale del 1855, planimetria del 1927 e mappe Brenna 1836-38.

Nelle carte del Brenna della nostra zona, rilevate nel 1837, è disegnata per la prima volta la sagoma della cascina.

Quarta fonte

Nei registri del Ruolo generale della popolazione del 1838 non è segnalata la cascina, o meglio nessuno vi abita ancora nell’edificio. I signori Motta proprietari del Batac ovvero i figli di Gaetano, Felice, Giuseppe sono tutti iscritti nel suddetto “Ruolo” con relative mogli e figli.

Estratto della planimetria di Meda a metà Novecento. (Meda terra di fede e di lavoro, Amministrazione Comunale, stampa elleci, Meda, dicembre 1986)

Carta topografica dei contorni di Milano, dette mappe di Giovanni Brenna, quadro n. 37, anno 1837

Quinta fonte

Registri di Battesimo della parrocchia Santa Maria nascente di Meda. Nella relazione dei parroci si nomina sia la cascina del Mulino come quella del Molinello in occasione della nascita di figli della stessa coppia, questo fa supporre si tratti della stessa cascina.

Presa visione di queste fonti primarie possiamo dedurre che i proprietari della casa colonica erano i componenti della famiglia Motta che abitavano nella cascina del Molino. Probabilmente l’edificio fu costruito attorno al 1840. Dopo aver consultato i registri di Battesimo della parrocchia ho rilevato la presenza dei Motta nei primi decenni del Settecento nelle persone di Giovanni Motta e Giuseppa Calastra in occasione del Battesimo della figlia Francesca Margerita il 18 aprile 1737.

Nella relazione dell’ing. Bozzolo incaricato per uno studio sullo stato di fatto della roggia di Desio nel 1775, il Mulino delle RR Monache di San Vittore è detto del Ghitano, nulla di più, si trattava del mugnaio Giuseppe Motta maritato con Rosa Caterina Longona “legittimi consorti abitanti al Molino” (dal registro dei Battesimi in occasione della nascita di Gaetano Motta il 30 giugno 1774).

Chi erano i Motta? Ecco alcuni dati tratti dal libro di Felice Asnaghi.

«Motta Murnee (XX sec.) Famiglia di mugnai che commerciava il grano del mulino macinato sulla roggia del Seveso. Di questa famiglia ricordiamo i fratelli sacerdoti Pasquale ed Antonio (1872-1950). Quest’ultimo, monsignore, fu nominato nel 1927 rettore vicario degli Istituti ospedalieri di Milano. Fu un benefattore: finanziò la costruzione dell’oratorio femminile di via Verdi, l’oratorio maschile di via General Cantore e la casa di riposo Besana. Per questo nei primi anni Novanta l’amministrazione comunale gli ha intitolato la corsia pedonale che dal cimitero porta in zona Polo. Suo cugino mons. Enrico Motta fu un apprezzato professore del seminario di Venegono e direttore spirituale nei seminari milanesi dal 1906 al 1962. In suo ricordo esiste una bella pubblicazione del 1973 dal titolo Un maestro di vita sacerdotale – Padre Enrico Motta. Il padre di don Enrico, Carlo (1848-1915), aveva sposato Teresa Radice (detta Zin). Ebbero diciassette figli tra cui Claudio, don Enrico, Luigi (organista della chiesa), Pasquale (salumeria di via Solferino), Valeria (salumeria Radice di Corso Matteotti), Angelina (mamma di don Giuseppe Pellegatta). Claudio (1886-1960) e la moglie altoatesina Fanny avevano aperto una fabbrica di salumi con mattatoio di maiali in via Cialdini dove c’era “La Casa del Barocco”, oggi proprietà Galimberti. Annessa ad essa nel 1923, aveva pure costruito la casa padronale con la ghiacciaia per conservare la carne. L’azienda produceva pure ghiaccio. Giuseppe (1895-1978 detto Pepin Murnee) merita uno spazio particolare in questa bella famiglia. Già dal 1884 i Motta gestivano una segheria in zona Platê. A tal proposito si ricorda che nel 1910, a causa di un disastroso ciclone, il grande camino della segheria crollò in modo spettacolare. Lo stabilimento di via Dante chiuse i battenti nel 2001, mentre la parte commerciale fu insediata nei moderni capannoni di via Einaudi. La “Giuseppe Motta” prima e poi la “Motta Tranciati” furono volute da Giuseppe Motta, a lui subentrarono i due figli, Giannantonio e Luciano, che continuarono l’attività del padre ingrandendola in forma industriale, fino a fare della “Motta Tranciati” una delle più importanti realtà, eccellenti sia a livello nazionale sia mondiale soprattutto per aver installato macchinari molto moderni e all’avanguardia. Con la chiusura dell’azienda nel luglio 2006 , la proprietà dei capannoni passò alla Flexform». (da Famiglie di Meda – Nomi soprannomi mestieri, Associazione Circolo San Francesco, Arti Grafiche Corbella Cirimido, ottobre 2012)

La cascina probabilmente negli anni del primo dopoguerra passò dai signori Motta alla Curia di Milano, che nell’ultimo decennio del secolo scorso la rivendette alla famiglia Giudici.

Registro Ruolo della Popolazione del 1819

Struttura della cascina

L’edificio ha una forma rettangolare che si sviluppa su tre piani compreso il pianterreno. Le abitazioni sono previste per quattro famiglie che occupano tutti i livelli: piano terra, cucina; primo piano, camera sposi; secondo piano, camera figli. Al centro dell’edificio c’è la scala che raggiunge ogni piano dotato di ballatoio e ringhiera. Di fronte c’è il cascinale suddiviso orizzontalmente in due piani e verticalmente in quattro portici. Qui troviamo le stalle, i fienili, il ricovero attrezzi, le turche. In cortile c’è il pozzo dal quale si ricavava l’acqua per i bisogni personali e per l’agricoltura. Vicino la cascina c’era lo spazio adibito a letamaio, l’orto e attorno i campi da lavorare. Dato il nome popolare della cascina (Batac) credo che la semina e la raccolta di grano, frumento fosse l’attività principale dei contadini. Nel secondo dopoguerra la cascina perse il sua destinazione d’uso per trasformarsi in semplice abitazione per operai e artigiani. Con l’allargarsi del territorio circostante a cava prima per estrazione di terra poi per riempimento di materiale edile la situazione mutò. La strada principale che proveniva dal Mulino e lambiva il corpo agricolo del fabbricato sul suo lato destro venne chiusa venti e passa anni fa e per un breve periodo si percorreva un sentiero alternativo che collegava alla via Canturina una decina di metri prima dell’incrocio con la via delle Cave. Oggi la cascina è disabitata ma ancora “in piedi”, non è più raggiungibile in quanto recintata nell’ampio terreno adibito a cava.

La cascina del Batac

La cascina del Batac

La cascina del Batac, parte interna

Felice Asnaghi