UNITRE MEDA

UNITRE MEDA

università delle tre età

I lavatoi

di Felice Asnaghi

I lavatoi

Gli artefici dell’opera pubblica


Il merito politico di questa opera così importante quale i lavatoi e la loro progettazione sono da attribuire al sindaco Riccardo Besana e all’ingegnere Natale Bizzozero.
Riccardo Besana (1860-1932) fu il simbolo di una generazione che traghettò Meda da piccolo paese di campagna a cittadina artigianale con la vocazione industriale del mobile.
I Besana originari di Verderio, nel 1780 si trasferirono a Meda alle dipendenze del monastero. Arcangelo Besana, padre di Riccardo era l’agente di campagna dei signori Maunier e nel frattempo sviluppò in proprio un commercio di granaglie.
Nel 1870 con i figli Giuseppe, Riccardo e Paolo avviò un primo traffico di mobilio che nel 1880 divenne azienda. Unendo la ditta Besana con quella degli Asnaghi si creò l’industria Salda il più importante polo mobiliero di Meda il cui complesso si estendeva tra la via Pace, il viale Brianza, il viale Indipendenza.
Il padre Arcangelo ricoprì la carica di Sindaco per ventiquattro anni, il figlio Riccardo, seguì le sue orme sia come industriale e sia come politico governando la città dal 1902 al 1914, poi nel 1919 fu eletto deputato del Regno.
In questi dodici anni Riccardo ridisegnò l’assetto urbanistico del paese, mise in opera l’acquedotto, la rete elettrica e quella fognaria, fece costruire la scuola elementare presso il municipio, lo stabile Pro Meda, inaugurò la tranvia Monza-Meda-Cantù. E naturalmente fece erigere i lavatoi.
L’ingegner Natale Bizzozero ( 1875-1934) nacque a Seveso il 20 luglio 1875 e dopo aver compiuto i suoi studi al Politecnico di Milano si laureò nell’anno 1900.
A Meda svolse diversi lavori per conto del Comune: i lavatoi, l’acquedotto in collaborazione con l’ing. Villoresi, la tombinatura in cemento armato sul torrente la Valletta nella tratta adiacente il marchese Brivio, la sistemazione dei pozzi e le relative pompe idrauliche, la sistemazione della piazza della chiesa parrocchiale (oggi Vittorio Veneto), l’innalzamento definitivo del campanile e il collaudo dell’orologio, la costruzione del viale delle Rimembranze inaugurato il 26 maggio 1927 e alcune strade consorziali.
A Seveso seguì i lavori della costruzione dell’edificio della Scuola di Disegno, della Casa del Fascio. Terminò la sua vita terrena a Milano il 4 maggio 1934.

Il lavatoio raccontato attraverso le carte di archivio


Minola Aimo, Valsecchi Colette, Puscasiu Celin, sono gli universitari che nella loro tesi di laurea “I Lavatoi di Meda, 1992/1993, Facoltà di Architettura del corso di “Storia della città e del territorio” hanno letto tutte le carte dell’Archivio comunale riguardanti la costruzione dei lavatoi a Meda, ricostruendone l’iter amministravo.
Un gran bel lavoro! Propongo in questo articolo parte del capitolo secondo.
«Le prime notizie sull’intenzione di costruire delle lavanderie pubbliche nel comune di Meda si hanno dalla seduta consiliare del 9 settembre 1905 con la presentazione del programma di gestione del Sindaco Riccardo Besana. Fra le voci dell’ordine del giorno appare quella delle lavanderie in cui viene infatti dato incarico al Consiglio di provvedere ad inserire questa spesa nel bilancio del 1906 o al massimo quello del 1907, in quanto tale opera è ritenuta “di indubbia utilità pubblica”.
L’impegno viene poi riproposto nella seduta del Consiglio Comunale del 22 luglio 1906 nella quale si delibera “farsi luogo a tale opera” e dare incarico alla Giunta di far redigere il progetto tecnico. Di tale progetto si ha notizia solo il 21 aprile 1907 quando ne viene data lettura dall’ing. Natale Bizzozero nella seduta del Consiglio Comunale. In sintesi, l’ingegnere aveva previsto due lavanderie coperte in cemento armato, una al ponte della strada per Barlassina alla fine di via Cristoforo Colombo (n.d.r. al punt del Sevès), l’altra al ponte del Roccate, al termine di via Orsini (n.d.r. di fronte la casa della Maria Strolighê)».

Il progetto


«Il progetto uguale per entrambe le lavanderie prevede un movimento di terra per la formazione del bacino e la sistemazione del corso d’acqua. In seguito, una gettata in ghiaietto e cemento per la formazione dei piedritti e del suolo del bacino previsto per una larghezza di 2,20 metri. La soletta di copertura è retta da pilastrini 30×30 cm di sezione che si distanziano longitudinalmente di 2,70 m per una lunghezza totale del lavatoio di 12,40 m.
La copertura, inoltre si articola su due livelli: la sezione centrale, al di sopra del corso d’acqua ha un’altezza di m. 4,45, le due laterali hanno un’altezza di m.3,00. Trasversalmente i pilastri esterni che sorreggono la copertura hanno una distanza di 5,15 m. I banchettoni, infine, sui quali vengono posti i panni per essere lavati, sono in granito lavorati a pietra inclinata. Il costo previsto per queste due lavanderie è di lire 2900 per quella di via Colombo, di lire 2300 per quella di via Orsini, per un totale di lire 5200».

L'iter amministrativo


«In questa seduta (del 21 aprile 1907) il progetto viene approvato e la spesa viene ripartita per lire 1000 nel bilancio del 1907 e le restanti 4200 nei bilanci del 1908, 1909, 1910 (ogni anno lire 1400). Il 9 giugno del 1907 con una deliberazione d’urgenza la Giunta Municipale, ritenendo già avanzata la stagione perché il lavoro possa essere ultimato prima dell’inverno, chiede alla Prefettura l’autorizzazione ad appaltare con il sistema della licitazione privata la costruzione delle due lavanderie secondo il progetto dell’ing. Bizzozero dotato del relativo capitolato d’appalto.
Il 23 giugno il Consiglio Comunale, dopo aver ricevuto l’avallo dalla Prefettura, ratifica la deliberazione d’urgenza alla Giunta. La prima asta si ha solamente il 27 settembre dello stesso anno nella quale vengono invitate a far pervenire le loro offerte le ditte: Terragni G. e Figli di Lentate, Somalvico di Cabiate, Ceruti e Valverti di Milano, Gregotti E. di Mantova, Fratelli Frattini di Seregno. Alle 13,00, orario prestabilito come termine di consegna, nessuna offerta è arrivata.
Leggiamo sul verbale che la ditta Ceruti Valverti, pur non concorrendo all’asta, presenta domanda aperta in bollo, offrendosi di eseguire il lavoro con l’aumento di lire 800 sul prezzo del progetto.
Il presidente dell’asta, non potendo tenere conto di tale offerta e riconoscendo che i concorrenti non si sono presentati, dichiara l’asta deserta. La necessità dei lavatoi, che si era evidenziata dalla già citata deliberazione d’urgenza della Giunta del 9 giugno 1907, sembra passare in secondo piano giacché l’indizione di una seconda asta si ha solo il 16 marzo del 1908. Le ditte invitate a presentare le loro offerte sono le medesime dell’asta precedente.
Alla apertura delle buste, alle ore 13,30 di quel giorno, risulta che su cinque ditte solo due hanno presentato le loro offerte. La ditta Terragni che domanda l’aumento del 29% dei prezzo del progetto e la ditta Fratelli Frattini che domanda l’aumento del 25%.
Il Sindaco Riccardo Besana, costatato dai patti d’asta che essa è al ribasso e visto che le offerte tendono ad aumentare, considera le medesime come non presentate e dichiara l’asta infruttuosa.
Non essendo giunti per ben due volte ad alcuna conclusione per l’appalto con il metodo della licitazione, si decide di passare ad una trattativa privata. Il giorno 5 aprile del 1908 con grande rapidità nei tempi, considerando che sono passati solo 20 giorni dall’ultima asta, in una seduta del Consiglio Comunale, il presidente nonché Sindaco Riccardo Besana, rende conto ai presenti dello sviluppo dei fatti.
Per ovviare ad ulteriori ritardi ci sono state delle trattative con la ditta Ceruti e Valverti di Milano la quale avrebbe fatto un’offerta di assunzione di lire 6000, cioè 800 lire in più della proposta precedente.
Tale aumento viene giustificato dal fatto che da quando il “progetto Bizzozero” è stato redatto si sono verificati sensibili aumenti di prezzi sia per la mano d’opera che per i materiali. Il Consiglio approva l’aumento del costo di realizzazione delle opere e fa domanda al Prefetto affinché conceda l’autorizzazione alla trattativa privata con la ditta Ceruti Valverti.
L’aspetto economico della realizzazione delle opere deve essere stato tutt’altro che irrilevante, l’aumento delle 800 lire è fatto oggetto di una dettagliata chiarificazione in Consiglio da parte del Sindaco.
Egli dimostra con una serie di calcoli che, non essendoci decorrenza di interessi sulle rateazioni di pagamento stabilite con la ditta esecutrice, tale aumento si riduce in realtà a lire 400, che sarebbero state inevitabili anche se si sarebbe proceduto ad una rettifica del progetto e che corrispondono a circa il 7% dell’importo, percentuale di molto inferiore a quelle proposte dalle ditte concorrenti all’asta (25 e 28%) e quindi tutto sommato vantaggiosa.
Il Prefetto di Milano concede l’autorizzazione il giorno 13 maggio e il giorno 26 dello stesso mese viene stipulato il contratto d’appalto secondo cui la ditta milanese assume, forfait, la costruzione delle due lavanderie. Il pagamento di lire 6000 viene così suddiviso: lire 2000 appena eseguito il collaudo provvisorio, le restanti 4000 in tre rate annuali di lire 1333,33 l’una senza alcun interesse.
La ditta assuntrice probabilmente iniziò i lavori il 1° giugno 1908. La costruzione delle due lavanderie procede per tutta l’estate e l’autunno successivo. Non si hanno più notizie fino al 28 dicembre quando, rispondendo ad una richiesta dell’Amministrazione Comunale sullo stato di avanzamento dei lavori, l’ingegner Bizzozero dichiara che le opere sono state “lodevolmente eseguite e che si è già proceduto al loro disarmo”, le opere di “finimento” sono invece state sospese a causa dell’inverno inoltrato e verranno riprese in primavera.
La conferma del completamento delle opere si ha esattamente un anno dopo a fine dicembre 1909, quando l’ingegnere progettista, trascorso l’anno di manutenzione gratuita prevista dal capitolato d’appalto, redige il certificato di collaudo definitivo.
Unitamente ad esso troviamo la liquidazione delle opere che prevede una somma totale di lire 6617,55 con un aumento del prezzo di contratto di lire 617,55 dovuto ad opere addizionali “per difesa di accompagnamento” eseguite su ordine della Giunta Municipale. Due giorni dopo, il 30 dicembre 1909, il Consiglio Comunale approva la liquidazione dell’opera».

Planimetria di fine Ottocento. Cerchiati di rosso le dislocazioni dei lavatoi. (Minola Aimo, Valsecchi Colette, Puscasiu Celin, I Lavatoi di Meda, 1992/1993, Facoltà di Architettura del corso di “Storia della città e del territorio”)

 

Largo Terragni, imbocco con la via Colombo (dove c’era il ponte) e l’attuale siepe (dove c’era il lavatoio)

 

La memoria orale


I lavatoi probabilmente cominciarono ad essere usati a metà anno.
Le ultime notizie rilevate tra le carte d’archivio risalgono al periodo bellico, quando nel 1916 il Comune di Meda firma una convenzione con la Casa Tittoni Traversi, proprietaria della roggia omonima su cui le opere sorgono, nella quale si ratificano gli accordi presi in una precedente conversazione andata perduta e conferma l’obbligo di pagare alla suddetta Nobil Casa la somma di lire 20 annuale per l’occupazione della roggia.
Da quella data ci dobbiamo affidare a ricostruzioni orali e schizzi dei lavatoi pervenutami da anziani del luogo.

Il lavatoio del punt del Sevès


La rara fotografia che qui pubblico è del 1941, mi è stata data da Mario Caimi e ritrae un bel bambino di tre anni (oggi Mario, classe 1938, compie 83 anni) con la sua capretta ripreso fuori della sua casa sita nella curt di Birun in parte abbattuta e in parte trasformata in distributore di benzina.
Siamo in largo Giuseppe Terragni. Quello che a noi interessa è il lavatoio alle spalle del bambino che è ripreso in parte ((guardando a sinistra) con il caratteristico pennone, quello che si dice fosse stata appesa la bandiera italiana il 26 aprile del 1945 e i due piani di copertura. L’imbocco con la via Cristoforo Colombo è molto ampio ed è proprio lì che c’era il ponticello sopra la roggia Traversi (Sevesèt).
Il lavatoio era costruito dove oggi c’è la siepe divisoria della proprietà Caimi, nel punto dove inizia la salita di via Giovanni XXIII che una volta invece era un sentiero nel bosco che collegava al pianoro della “Vigna” oggi piazza del mercato. Il lavatoio è una struttura grande e spaziosa, oltre la tettoia aveva una ulteriore pensilina di copertura. Tre scalini di cemento permettevano alle donne di scendere all’altezza del pelo dell’acqua.
Vi era pure una scaletta interna posta dalla parte sinistra. I nostri anziani ricordano le processioni di donne munite di carriole ripiene di panni e l’immancabile genugin ovvero l’inginocchiatoio da porre sui banchettoni di pietra per non farsi male. Arrivavano presto alla mattina per occupare il primo posto ed usufruire dell’acqua pulita; man mano che si aggiungevano donne a lavare più l’acqua era sporca.
Per l’occasione si presentavano gruppi di giovanotti che seduti sui parapetti se ne stavano intenti a guardare le ragazze risciacquare. Non mancavano i monelli che salivano sopra la pensilina del lavatoio per combinare qualche marachella.
Nello schizzo di Osvaldo Minotti che riprende il lavatoio pubblico, si notano i pilastri che sorreggono la soletta di copertura (il tetto) e la pensilina. Il lato verticale (dove c’è il pennone) funge anche da parapetto al ponte di mattoni che copre la roggia; gli fa da contraltare l’altra sponda destra di pietra del ponte.
Sotto il lavatoio e il ponte scorre l’acqua della roggia, davanti ci sono i prati, fanno da sfondo le colline verdi del Macalè e della Vignê.

Fotografia dell’attuale largo Terragni (ul punt del Sevès) nel 1941. (Fotografia, cortesia di Mario Caimi)

Schizzo a colori del lavatoio del punt del Sevès. (Disegno, cortesia di Osvaldo Minotti)

Il lavatoio del Roccate


L’altro ponte, come dice la relazione dell’ingegner Bizzozero, è costruito al termine di via Orsini quando il Roccate (corso d’acqua) confluiva nella roggia ed era di dimensioni più piccole dell’altro.
Di questo lavatoio non ho mai raccolto molte notizie benché abbia ascoltato diverse testimonianze di persone anziane abitanti nel quartiere di Cà pupular.
Sicuramente era meno frequentato dell’altro a monte. Venne abbattuto verso la metà degli anni Cinquanta.

Incrocio tra la via Seveso e via Orsini. Dove oggi c’è la cappelletta mariana c’era il lavatoio.

Al termine di questa relazione è bene chiederci il motivo per cui l’Amministrazione Comunale del tempo abbia deciso di edificare i lavatoi sulla roggia Traversi.
Piccoli lavatoi improvvisati si trovavano un po’ in ogni roggia o corso d’acqua medese e le donne delle varie corti e cascine delle vicinanze continuarono ad usufruirne, soprattutto quelle che abitavano nella parte nord del paese.
La costruzione di queste due opere pubbliche venne incontro soprattutto alle famiglie che abitavano nel centro del paese e nella immediata periferia. La larghezza e la profondità (circa due metri) sempre uguale del corso della roggia e il costante flusso d’acqua escludevano fenomeni di allagamento, di irruenza pericolosa tipica del torrente Tarò.
La sicurezza delle persone era salvaguardata, tranne i casi di chi entrava nella roggia per nuotare mettendo la propria vita in pericolo. Un altro fattore a favore della roggia era che l’acqua che vi scorreva non alimentava le falde acquifere e i relativi pozzi dell’abitato evitando il problema del loro inquinamento.
I due lavatoi furono abbattuti nel 1954 sia per la chiusura del corso d’acqua e il relativo interramento, sia per l’avvento delle lavatrici.

La bugadê delle donne medesi al lavatoio del Sevesèt o Roggia Traversi prima della costruzione del lavatoio di largo Terragni – Archivio comunale. (Fotografia tratta dal libro di Cesarina Ferrari Ronzoni, Le icone mariane di ieri e di oggi sui muri delle nostre case, 1990)