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Considerazioni di Furio Cecchetti

Considerazioni di Furio Cecchetti (docente del corso DIRITTI UMANI)

Certamente questa epidemia, dichiarata dall’Oms pandemia, ha cambiato in modo più o meno consistente le abitudini di tutti. Per un periodo non troppo lungo, penso non sia un grande problema per la maggioranza delle persone, tranne casi particolari.

Può perfino, passato il periodo di crisi, produrre effetti positivi.

Aumentare la consapevolezza che, con una ragionevole disciplina collettiva, si possono superare grandi problemi, diffondere la percezione di essere una comunità, cioè di essere parti di uno stesso destino, che in certe occasioni unisce oltre le fisiologiche divisioni, aumentare il rispetto per la scienza e le competenze, per limitarci a questi soli aspetti.

Forse ancora più importante sperare che questo evento produca un salto culturale nel nostro ruolo di cittadini.

Abbiamo tutti sperimentato che ci sono eventi che costringono a mettere in scala di priorità diritti umani, civili ed economici, che prima di tale evento stavano tutti sullo stesso piano.

Diritto alla libera mobilità, diritto all’iniziativa economica, non sono scontati di fronte al bene primario della salute; perfino il diritto all’assistenza sanitaria per ogni livello di malattia, non è scontato in carenza di mezzi per curare tutti: si è perfino ventilata la necessità di dover scegliere tra salvare una persona o l’altra in base all’età.

Si è anche sperimentato che in casi di emergenza, perfino la democrazia, può diventare un ostacolo all’efficacia dell’intervento sanitario, se i cittadini non si adeguano spontaneamente alle indicazioni delle autorità, se i vari livelli istituzionali, dopo il rapido e giusto confronto prima della decisione, invece di collaborare all’applicazione delle decisioni assunte, le criticano o contestano.

Basta pensare all’evoluzione dei provvedimenti adottati nel tempo.

Allego un articolo di Paolo Giordano comparso sul Corriere della Sera il 26/2/2020, da cui era facile dedurre le misure necessarie.

Giustamente preoccupati per gli effetti economici e le probabili reazioni dell’opinione pubblica, di fronte ai primi limitati casi di contagiati, le autorità si sono astenute dall’assumere provvedimenti drastici, che sarebbero stati percepiti come sproporzionati dai più e non rispettati ovvero avrebbero prodotto panico, facendo sospettare l’occultamento della verità sul pericolo.

Eppure sarebbe bastato, da subito, adottare le tre misure cardine (uscire solo per necessità – lavoro, cibo, cure – lavarsi spesso le mani, tenere distanze tra persone oltre il metro), per portare il moltiplicatore R0 (vedi articolo Giordano – che se superiore a 1 produce una progressione geometrica dei contagiati) sotto il valore 1 e spegnere in poco tempo il virus.

Certo, facile dirlo col senno di poi, ma se la cultura scientifica, l’abitudine alla razionalità, alla logica, fosse diffusa tra i cittadini (magari abituati a farlo nel corso della formazione scolastica), sarebbe più semplice dare il giusto peso al pericolo previsto e non aspettare la sua diretta percezione, sarebbero accettati, senza troppe resistenze dell’opinione pubblica, provvedimenti radicali.

Le autorità non avrebbero remore a diffondere poche indicazioni, chiare e coerenti. Forse una chiusura totale e tempestiva per 15 giorni avrebbe ottenuto risultati maggiori di quelli assunti in progressiva rigidità in due mesi.

Non è una critica al governo: è una critica a noi stessi, che fatichiamo, in questi casi, a far prevalere la razionalità sull’emotività, a dare il giusto peso al beneficio futuro, rispetto al danno presente, a diffidare sempre di chi fa/dice cose per noi dannose e avere cieca fiducia per chi fa/dice cose a noi benefiche e dunque rendersi molto permeabili alle fake news.

Se queste condizioni non sono presenti, ogni autorità è costretta a tener conto non solo dell’opportunità degli interventi sanitari, ma anche delle possibili reazioni dei cittadini, per non produrre ulteriori danni. Problema che non si pongono i regimi autoritari: loro usano le forze dell’ordine per vincere sull’opinione pubblica e non per convincerla.

Insomma questo evento può dimostrare che la crescita culturale collettiva, in società complesse come le nostre, è una condizione altrettanto decisiva della scienza e della tecnica in caso di emergenze, in quanto si traduce in costume diffuso e in comportamenti adeguati.

Pertanto, se quanto appena esposto ha un senso, anche Unitre non è un lusso!

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